Un Pianista
Aveva un pianoforte, di quelli enormi.
Di quelli enormi dai quali solo lui sapeva far uscire i
sentimenti. Solo lui, tra tutti quelli che conoscevo. Quel pianoforte rideva,
piangeva e gridava, insieme alla sua anima.
Quel pianoforte diventava persona. Diventava umano e ti
faceva diventare un umano. I sentimenti che ho sempre cercato di tener nascosti
trovavano il loro sfogo.
Erano attratti da quelle note e uscivano fuori, tutt’un
colpo, dai miei occhi. Ridevano, piangevano e gridavano. Ed era tutto per lui,
che, con quelle dita lunghe e quello sguardo perso, danzavano e facevano
l’amore sui tasti.
Era sesso di note, erano tasti che diventavano umani e poi
cantavano. Lo ricordo, quando, seduto sul seggiolino scomodo, danzava con loro
e faceva danzare anche me. Danzava il mio cuore e la mia anima.
Dritto fuori dal mio corpo, palpabile, era sempre lì, pronta
a saltar dal pianoforte, a immergersi come un fantasma tra i tasti, tra le
corde. Nel legno, nel profumo di vernice e poi sulle sue dita; il momento nel
quale la mia anima era sulle sue dita, ah!, quando quelle dita scorrevano,
quando quegli occhi verdi si chiudevano non esisteva più nient’altro. Non
esistevo neppure io.
Solo la melodia, senti il blues. Senti la nostalgia? Certo,
che la senti. Un’altra vita, una vita mai vissuta o vissuta fin troppo.
Quello, era il suo mondo.
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